Il Cippo di Carpegna, dove vive ancora libero lo spirito di Marco Pantani

Per affrontare il Cippo si deve prima raggiungere Carpegna. Una località che per molte persone del posto rappresenta il primo assaggio di montagna a breve distanza da casa. Qui si viene la domenica a fare trekking o a cercare la prima neve d’inverno con i bambini. Sui prati di Carpegna abbiamo tutti fatto i nostri primi picnic e abbiamo cercato il fresco nelle giornate afose in cui nemmeno la spiaggia basta a combattere la calura.

Solo chi diventa ciclista impara però che vicino a questo grazioso paese che rende la montagna “a portata di mano”, si inerpica una salita tutto meno che rassicurante, che invece non è alla portata di tutti. Ci vogliono “gamba” e fiato per inerpicarsi sui 6 km di tornanti di questa tirata micidiale, ma soprattutto ci vuole cuore.

Il cuore da buttare oltre l’ostacolo, come si dice, per non lasciarsi spaventare da quei primi due chilometri al 16% che sembrano messi lì apposta per fare selezione.

Il cuore batte forte per la fatica ma anche per l’emozione quando ci si addentra nel bosco ombroso che porta fino alla vetta. Qui l’aria è fresca anche in piena estate, e questo basta appena a rincuorarci mentre ci chiediamo cosa ci aspetta ancora e in quale guaio siamo andati a cacciarci.

Questa salita violenta sembra un po’ portare all’estremo la tipologia di salite che caratterizzano la nostra regione. Brevi, intense e scoscese. Non siamo gente da lunghi pendii graduali, noi. Si mena in pianura fino all’attacco della salita, magari in gruppo, dandosi man forte per far scorrere via i chilometri, e poi ci si saluta all’inizio della salita, perché qui ognuno è solo. Anche se si sale insieme, anche se ci si aspetterà per la foto di rito in cima, ma sulla salita di Carpegna, come diceva Marco Pantani, “si sente solo il tuo cuore”.

Sì perché questa era LA salita per eccellenza del Panta. Dalla sua Cesenatico Marco risaliva l’entroterra e attraversava tutte le colline romagnole per arrivare qui, al confine con le Marche, dove si testava e si riconosceva, misurandosi con il metro dei tornanti del Cippo. Una salita dura come piaceva a lui, che non aveva bisogno di allenarsi troppo lontano da casa per essere pronto ad affrontare le salite “monstre” di Giro e Tour. “Il Carpegna mi basta” era solito dire. E le sue vittorie gli davano ragione.

E allora ecco, se siamo soli nella fatica dell’ascensione, lo spirito di Marco è più presente e vivo che mai su questa strada dove ha lasciato tanto sudore. Si sale per 667 metri di dislivello, ad una media del 10%. Una salita che ci fa capire un’altra delle frasi memorabili di Marco: “Vado forte in salita per abbreviare la mia agonia”. Ed è veramente una dolce-amara agonia quella che ci auto-infliggiamo salendo al Cippo di Carpegna: una sorta di pellegrinaggio che un ciclista romagnolo affronta almeno una volta l’anno per rendere omaggio a Marco e al ciclismo stesso. Qui si sale piano, in piedi sui pedali, masticando ogni pedalata, conquistando un metro dopo l’altro. E quando si arriva in cima ad aspettarci è proprio lui, Marco, ritratto in maglia rosa, sotto quel cielo finalmente di nuovo spalancato sopra di noi che siamo riusciti a conquistare.

Non si può capire fino in fondo lo spirito del ciclismo in Romagna senza toccare quel cielo. E una volta conquistato quello che oggi, in omaggio a Marco, si chiama “passo Marco Pantani”, l’emozione sarà enorme e indimenticabile. Ci piace pensare che a rendere così unica e memorabile questa salita sia proprio lui, Marco, che ha scelto di tornare qui, dove di certo si sentiva a casa. Dove di certo si è sentito libero, e felice.

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